PERDO&STRAVINCO
la candidatura di Marco Pannella a Commissario CEE:
com'è nata, quanto è cresciuta, perché non è stata accolta

a cura di


Gaetano Dentamaro
© 1988 Pianeta Edizioni ©1998 The New Radikalna Strange

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marco pannella, il fuoco del guerriero

Intervista di Rosa Montero
da "El Paìs",  settembre 1988

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Vignetta di A. Fremura per "La Nazione"

È il leader dei radicali italiani, e lo è stato per quasi quarant'anni. Varie volte deputato al Parlamento europeo e a quello italiano, Pannella è un personaggio singolare che, come repentinamente effettua uno sciopero della fame che lo conduce alle soglie della morte, così minaccia di scatenare terribili piogge sopra una sfilata militare. Piogge che poi effettivamente sono cadute nel giorno previsto. Razionalista, legalitario, umanista, nonviolento e laico. Marco Pannella, che in questi giorni è in Spagna, è uno degli uomini politici più originali dell'Europa oggi.

Ha quasi sessant'anni,un corpaccione da lottatore greco romano e una capigliatura di smagliante bianchezza che gli cinge le tempie con la sontuosità di una corona. Perché Marco Pannella ha qualcosa di regale e di magnifico, un'imponente presenza di patrizio con una squisitezza naturale continuamente caratterizzata dal suo eccesso, dalla sua originalità, dalla sua trasgressione continua dei limiti. Mai cerca sollievo in una battuta; mai si rifugia dietro a frasi fatte. La sua costante lucidità intellettuale dà le vertigini.

È proprio questo il suo terreno di lotta. Perché Marco Pannella è un guerriero. Ma un guerriero della nonviolenza, la cui arma principale è la parola.

il potere della parola

Lo diceva già otto anni fa, nella precedente intervista che gli feci: "È necessario riappropriarsi della parola, bisogna cercare la precisione del linguaggio. L'unica lotta che conosco per cui valga la pena di lottare è il dialogo. Credo che fu Silone a dire che la vittoria del totalitarismo si ebbe un giorno che un uomo stanco che viaggiava in treno incontrò un altro individuo che chiacchierava incessantemente dicendo immense stupidaggini. Allora il nostro uomo gli disse che sì, gli dava ragione, solo per toglierselo dai piedi; e da lì cominciò la resa alla violenza. Perché avrebbe dovuto dirgli ‘non desidero parlare’, o meglio, ‘non sono d'accordo’."

Lui, naturalmente, litiga in ogni treno, sviscera fino in fondo i concetti, afferra le idee come un cane da presa. E giacché è un guerriero vegetariano, abile nell'arte marziale del dialogo, il suo discorso risulta frastornante, torrenziale ed inarrestabile. Siamo qui, in un tardo pomeriggio d'estate madrilena, adagiati sulla solitaria terrazza di un albergo di molti piani, circondati da un mare di grattacieli. C'è una piccola piscina, molto cemento, e una desolazione da isolotto urbano battuto dai venti. E Pannella sdraiato in una fragile poltrona da spiaggia si dedica a seppellirmi sotto l'alluvione delle sue parole.

Otto anni fa, all'epoca della precedente intervista, era all'apice della sua popolarità. Da allora, la sua stella politica è declinata un poco. Corrono tempi difficili, e mai il mondo ha apprezzato le Cassandre, quelle voci che denunciano ciò che nessuno vuol sentirsi dire: "Anche se in realtà noi radicali non siamo come Cassandra, perché lei si limitava ad annunciare le catastrofi, e non faceva nulla, mentre noi agiamo anche". Otto anni fa, inoltre, il Pr era una forza in ascesa, e oggi sembra sostenersi di nulla, correndo sempre il pericolo di dissolversi: "Viviamo da circa dieci anni un miracolo laico e continuo". Il miracolo di seguitare ad esistere.

un miracolo laico

"Io quasi mai faccio bilanci", inizia a dire Pannella. Ma poi si inoltra in una minuziosa spiegazione degli ultimi anni radicali, delle lotte, dei trionfi e delle sconfitte. E racconta come già nel 1973 diceva che il Partito dipendeva da "un contratto annuale che noi stipuliamo; e che dobbiamo aver cura di non continuare a vivere solo per l'inerzia di aver vissuto". Di fatto, il Partito radicale è l'unico partito tra quelli che conosco che abbia messo in conto la sua autodissoluzione almeno un paio di volte.

La prima fu negli anni '70, "allora eravamo 250 iscritti e avevamo una sede, il telefono, un piccolo giornale...". Ed avevano trascorso molti anni lottando ai margini della società, nei confini del loro minuscolo spazio. "Allora dissi...ebbene, se chiudiamo il partito, cosa può succedere? ci rendemmo conto che era più difficile chiudere, non per bancarotta, ma per propria scelta. È come nelle relazioni di coppia: saper dire in un determinato momento, con amore e per amore, che la vita in comune non è più possibile, avere la forza necessaria per tradurre questo in pratica, conservando una vera relazione d'amore e d'amicizia, è sempre assai difficile. Per cui stabilimmo che se non avessimo raggiunto la quota di 1.000 iscritti in dieci mesi, entro il successivo Congresso, sarebbe stato necessario decretare la chiusura".

Cercavano "denaro, esperienza, la volontà e l'intelligenza" delle 750 persone che mancavano per arrivare a 1.000, cifra convenzionale per continuare ad andare avanti. E per mesi e mesi scrissero lettere, sommersero la gente di parole, spiegarono la loro storia. Alla data del Congresso, erano 680. "Il Congresso iniziò alle 9.30 del mattino, e a poco a poco iniziarono ad arrivare telegrammi e persone... Ai Congressi assistevano normalmente un centinaio di persone; ma subito fummo 400, non c'era posto per tutti. A mezzogiorno si contavano già 1.230 iscritti, e la cosa più incredibile era che non si trattava di radicali, erano persone che in un certo senso erano contrarie alle nostre idee...Giovani, liberali, qualche sessantottino, persone violente che avrebbero scelto la violenza...". Tutti quelli che, pur non essendo strettamente radicali, ritenevano che il Partito dovesse continuare a vivere.

o lo scegli o lo sciogli

Una storia che si ripete nel 1986, allorché il partito tornò a porre in discussione la sua dissoluzione. Allora gli iscritti erano circa duemila, e l'obiettivo da raggiungere fu fissato in 10.000 iscritti e nella transnazionalizzazione dei radicali, perché si diffondessero i germi degli Stati Uniti d'Europa. E raggiunsero di nuovo il loro obiettivo. Si iscrissero attori come Tognazzi e intellettuali come Jonesco. Però l'equilibrio - Pannella lo sa bene ‚ è assai precario: "Quanti siamo ora, 10.000, 11.000? No, siamo duemila del vecchio partito e 8.000 che si sono iscritti perché il partito continui ad essere ciò che è sempre stato. Non accettavano che il vecchio albero radicale potesse essere abbattuto".

È un battaglia faticosa, interminabile: "Sono sicuro che se non ci sarà un altro miracolo, il Partito radicale morirà. Ogni volta è più difficile". Quest'uomo è da quasi quarant'anni che continua ad essere l'anima dei radicali italiani, certamente una forza politica unica al mondo. Sono appena una manciata, ma posseggono una costanza speciale, e metodi di lotta diversi, che passano attraverso i famosi scioperi della fame, che hanno condotto Pannella ai limiti del collasso degli organi vitali.

un altro miracolo, o il partito morirà

Con Leonardo Sciascia. Lo scrittore siciliano, sempre vicino ai radicali, dopo la rottura con il PCI e' stato deputato radicale, relatore di minoranza della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro.

Con Leonardo Sciascia. Lo scrittore siciliano, sempre vicino ai radicali, dopo la rottura con il PCI e' stato deputato radicale, relatore di minoranza della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro.

Così, rischiando ogni volta di lasciarci la pelle, questo minuscolo gruppo è arrivato ad esercitare nella società un'influenza comparativamente enorme. Hanno aperto gli ospedali psichiatrici: loro sono le vittorie sul divorzio e sull'aborto. Sono una specie di coscienza pubblica, una voce discorde, inquieta, che turba. Però le contraddizioni ci sono. Pannella enumera i problemi con la sua voce vibrante in questo pomeriggio assurdo sulla terrazza ventosa. È vestito come un magistrato, con un imponente vestito blu, ma la camicia ha inaspettate righe verdi e la cravatta è un'atrocità piena di fiori. Così con un tale eclettico abbigliamento, e accomodando il suo corpaccione sulla finta poltrona da spiaggia, Pannella spiega i pericoli; perché l'emarginazione è inazione, e l'integrazione è pericolosissima.

"Già lo dissi nel 1979, tre anni dopo l'ingresso in Parlamento. Dissi allora, siamo cambiati. Cambiamo noi stessi e mutano le circostanze, e le persone che vennero da noi 20 anni fa adesso non verranno. Verranno altri, molti altri, ma non per le stesse ragioni". Se i radicali non crescono, morranno. Ma se crescono, forse spariranno lo stesso. "Oggi so che i miei compagni pensano in modo diverso da me; siamo agli antipodi. Coloro che arrivarono al Partito a 18 anni perché questo rappresentava certe cose, hanno oggi, compiuti i 30, una concezione del mondo completamente differente. Essi lo negano. Ma io ho questa convinzione, e so che non potremo andare avanti insieme per molto tempo...". E più avanti dice anche: "un partito come il nostro ha troppe speranze, troppe possibilità, siamo sul punto di ottenere troppe cose. E allo stesso tempo è anche certo che con il sistema dei mass- media imperante, la gente non ha la possibilità di conoscerci per poterci scegliere. Perché questa società è sempre più una società d'informazione piuttosto che di conoscenza".

2.000 anni di pedigree parlamentare

Si muovono in una zona quasi subliminale, cercando di far giungere alla gente il loro messaggio, rivendicando il diritto alla propria immagine. Perché Pannella, che ama i giochi di parole ("anche se non sono semplici giochi di parole, ma qualcosa di molto più profondo") spiega che quello radicale "è il partito per il diritto alla vita e la vita del diritto". E che il problema fondamentale del nostro tempo è che non viviamo in una società di diritto: "Abbiamo cercato di dimostrare che non accettavamo di vivere secondo un diritto mutilato". Pannella ama la legge, o meglio, come egli dice, la regola, con un immenso amore intellettuale. In questo è come un antico tribuno romano che dedica la sua vita alla politica, al dibattito nell'agorà della res publica. Ha alle sue spalle 2.000 anni di pedigree parlamentare. Pannella non potrebbe essere che italiano.

"Noi radicali non abbiamo mai accettato un solo posto nei consigli di amministrazione, nei governi comunali... Viviamo in maniera molto francescana. Conduciamo grandi battaglie, e siamo il bersaglio di tutti gli altri politici, e sembra anche dello Stato. Ci si accusa delle cose più indegne, dei peggiori misfatti, e delle cose più impossibili. E noi ci sentiamo disarmati, sconfortati a verificare come, per sorte o per disgrazia, la realtà sta realizzando tutte le cose che avevamo previsto e analizzato da molto tempo. Vede, ho quarant'anni di militanza in un partito che dopo tanto tempo, ha a malapena degli iscritti. Un partito che incontra molti ostacoli ad esprimersi attraverso i mezzi di comunicazione. Abbiamo fatto, sì, molte cose, ed è appassionante ciò che rappresentiamo... Ma nonostante questo sono gli altri che vincono, sono gli altri che consolidano le loro posizioni. Addolora pensare che se avessimo saputo realizzare un partito differente, un partito più forte, il problema nord- sud, per esempio, si sarebbe potuto risolvere. Non sto dicendo un pazzia, di questo sono convinto; mi baso su dati concreti per le mie affermazioni".

Facendo il confronto con l'intervista di otto anni fa, il Pannella di oggi è ancora più emorragico e torrenziale nel suo parlare: Come un motore troppo spinto che si teme di veder cominciare a far fumo, da un momento all'altro. Questo testo, quindi, non è altro che un digest, una versione, un'interpretazione della sua infinita favella. E mentre parla saltando all'impazzata da un tema all'altro, mettendo insieme eserciti di parole, soffro pensando all'estenuante lavoro di trascrizione che mi aspetta. Perché la sua voce cade come una ghigliottina sul nastro del registratore.

è stato banalizzato ciò che è più bello

"Andarmene dal partito? Sono arrivato a pensarci... Ma il problema è che queste cose acquistano poi un significato diverso. Si tratta una volta di più della differenza tra immagine e identità. Perché la separazione tra immagine e identità è ogni volta sempre maggiore. Parlo dell'immagine del partito, e della mia propria. A volte le immagini sono persino più belle, ma non sono certe. Guardi, anche gli italiani più intelligenti mi dicono, "lei dovrebbe iniziare un altro sciopero della fame". E lo dicono ridendo. Perché è stato banalizzato ciò che è più bello, più drammatico. Quando conduciamo uno sciopero della fame - e lo facciamo magari già da molte settimane, i medici informano che ci troviamo in terribili condizioni fisiche - le televisioni mandano in onda una fotografia scattata mesi prima. Scelgono le foto in cui appariamo più coloriti, più sorridenti, con il migliore aspetto. Di modo che mentre i medici dicono che stiamo sul punto di morire, la gente ci vede con una faccia stupenda e non ci prende sul serio. E invece potremmo morire veramente. Perché nella società in cui viviamo, il rischio è proprio la morte, la violenza". Non si creda comunque che Pannella dia segni di scoraggiamento o di fatica di fronte alla cupa situazione che descrive. In realtà sembra essere incombustibile. Possiede l'entusiasmo inesauribile proprio del mistico o del demente, anche se è un uomo che aborrisce l'irrazionale. La logica è la sua droga, e trae la sua forza dalla ragione. Anche se apparentemente la sua vita è una pazzìa spossante: "Sì, è un'esistenza molto agitata, ma dipende da come si vivono le cose. Cioè, distinguiamo tra la fretta e l'urgenza. Per esempio: è urgente dire certe cose, ma non bisogna aver fretta a dirle. Vede, ieri a quest'ora ero a Catania.

una pazzia spossante

"Ho avuto un piccolo incidente, una distorsione al piede. Sono arrivato a Roma in ritardo, intorno alla mezzanotte, con il piede dolorante. La donna con cui vivo da quattordici anni e che non vedevo da due settimane mi aspettava dalle 9. certo, vi è abituata. E io non mi sentivo bene; da qualche tempo mi sento male, non so cos'ho, ma non sto bene. La cosa più dura è stata mettere la sveglia alle 5 e un quarto per prendere l'aereo per Madrid. Sì, la mia vita è questa. Ma allo stesso tempo le quattro ore che ho passato in casa sono state in un certo senso lente, piene. Lo stesso che a Catania. In mezzo a tutto il lavoro politico trovo momenti di calma e di vita intensa.".

Con noi, quasi un convitato di pietra, c'è Gianfranco Dell'Alba, un ragazzo silenzioso e amabile, anch'egli iscritto al Partito. Ha 32 anni, e ha trascorso metà della vita tra i radicali; è pertanto uno di quei giovani cui Pannella si riferisce quando parla della nuova generazione che ha poco a che veder con lui. E infatti il vecchio leone si dedica sistematicamente a maltrattarlo. Lo punzecchia, lo sfotte, lo rimprovera con una tenerezza pungente e burlona, sollecitandolo a parlare, a intervenire. Ma il giovane, che sembra timido, si ritrae sempre più. In questo Pannella è come un padre esuberante e travolgente, impegnato a far sì che i suoi figli siano esattamente come lui è stato. "il problema in questo caso è che se cercassero in me il padre, correrebbero il rischio dell'incesto. Non è questa la nostra vera relazione. Invece, ciascuno deve essere unico, se stesso, diverso, altrimenti non ci sarebbe nè rapporto personale nè dialogo", precisa. Dico infine a Pannella che sembra di ferro; che non si avvertono in lui debolezze, che non è umano. "Oh, no, neanche per sogno! Guardi, se passa qualche volta per Roma, posso mostrarle la registrazione di un programma televisivo in cui mi si vede piangere. Stavo conducendo un digiuno, e le mie prime lacrime furono di sofferenza. Ma poi, nel vedermi piangere, tutti i giornalisti abbassarono le telecamere, non volevano riprendermi così. e ciò mi parve di una tale bellezza che piansi di più, ma di gioia...". Ma tutte queste lacrime sono una cosa bella, dico io. Mi riferivo, insisto, alle debolezze inconfessabili, alle piccole indegnità che tutti abbiamo. "La questione è un'altra - risponde Pannella - la questione è cosa fare con le nostre sporcizie. Per esempio, non c'è esistenza umana in cui la vita sessuale, la vita sentimentale non sia stata frustrata in qualche maniera, e che quindi non abbia una dose di sporcizia, di volgarità, di tristezza. Perché un progetto fallito è triste, è volgare. Dopo che Gandhi diede il via alla sua campagna per la nonviolenza, in India morirono 30.000 persone. Allora, cosa doveva fare Gandhi, disperare della nonviolenza? No; Gandhi ritenne di non aver saputo essere nonviolento e riconobbe la sua responsabilità nella carneficina, una responsabilità anche maggiore di quella degli inglesi. Sì, nella vita ci sono cose ignobili, e bisogna farsene carico".

il fuoco del guerriero

Dice Pannella che l'ultima volta che pianse ("molto poco e molto male") fu tre mesi fa, e "fu nel momento in cui capii che una relazione interpersonale, un amore - stava concludendosi, e che bisognava superarsi; e che, allo stesso tempo, per le stesse ragioni avrebbe potuto succedere che il Partito si estinguesse. E dico che piansi molto poco e molto male perché probabilmente mi trovo in un momento della mia esistenza in cui l'integrità non è tanto forte e avverto sintomi si rassegnazione che non aiutano a far sì che la felicità e il dolore siano limpidi e cristallini". In realtà ciò che sconcerta in Pannella è la sua forza travolgente, il suo impeto instancabile, il fuoco del guerriero. Ma a ben guardare, non si tratta di un personaggio lineare, bensì complesso e anche ambiguo. Un'ambiguità che è già nel suo fisico, in questa grande testa a tratti serena e a tratti feroce, a metà strada fra un busto di marmo e una maschera sofferente di attore tragico.

Marco Pannella e' nato a Teramo il 2 maggio 1930.
Marco Pannella è nato a Teramo il 2 maggio 1930.
"No, non mi preoccupa lo scorrere del tempo. Ai miei amici dico che stanno invecchiando, e li prendo in giro, perché nella mia esistenza conosco molto poco quest'inquietudine. Una volta, avrò avuto 22 o 23 anni, mi trovavo sul Boulevard St.Michel a Parigi, e contemplavo un tramonto che mi sembrava particolarmente bello. E mi dissi, com'è dolce il tramonto, così dovrebbe essere il tramonto della vita. L'ho scritto. E sono convinto che se c'è una famiglia che segue il nostro partito, la prima persona che ci capisce e s'iscrive è la nonna. Per intelligenza e per innocenza. Allo stesso modo, nei miei comizi dico, e lo vado dicendo da 25 anni, che niente ti impedisce di fare l'amore a 70 anni, anche se è evidente che a quell'età la possibilità di morire è maggiore. Ho detto sempre ai miei amici che bisogna vivere come se la porta potesse aprirsi da un momento all'altro, per lasciar entrare la persona che più ami, o la morte. È come dire che bisogna vivere di gusto ogni minuto. Per me il tempo che passa, che si perde, può essere invece il tempo che concepisce, il tempo che apporta".

il coraggio e l'angoscia

Finisce il pomeriggio, e il cielo intorno a noi è un incendio. Meno dolce di quel tramonto a Parigi; più ventoso, più desolato, più violento. Contemplo Pannella, ultimo discendente di un'antica stirpe di tribuni, e non riesco a decidere se sia un uomo troppo avanti rispetto al suo tempo, o troppo indietro; se appartenga alla Roma imperiale, o al prossimo secolo. Con i suoi pro e i suoi contro, con la sua personalità unica, Pannella rappresenta l'eccesso.

"Lei mi chiede se qualche volta ho paura. C'è una serie di sentimenti come la paura o l'angoscia che non mi appartengono molto. Leggo alcuni autori come Baudelaire, uno dei miei preferiti, e intellettualmente lo capisco, ma sono cose molto lontane da me. Ci sono momenti in cui mi dico, adesso forse capisco ciò che chiamano angoscia o paura. Ma non so, è difficile spiegare cosa sia; perché d'altra parte sono concetti che per me hanno un altro significato. Per esempio, non trovo differenza qualitativa tra il coraggio e la paura. Nel "Dialogo delle Carmelitane", ci sono due personaggi. Uno, Bianca, novizia in un convento minacciato dalla Rivoluzione, è terrorizzata e non sa morire cristianamente. Ma c'è anche una madre superiora, che le vuole molto bene, che è una santa donna e le dice: dobbiamo essere felici, perché andiamo a morire per Dio. Poi, quel che in realtà succede, è che la madre superiora muore gridando che non vuole morire, e Bianca muore santamente, quasi felice, evidenziando che non si può desiderare il martirio, la santità, perché il martirio presuppone una volontà torturatrice e assassina. Con questo non voglio dire che non ho avuto mai paura della paura, perché per me la paura non è una cosa negativa. E forse questo mi ha aiutato a non provare paura. Perché se la paura è qualcosa di proibito, se la paura è cosa negativa, è più facile provarla. Io non preferisco i forti ai codardi. Credo che il problema non sia lì, ma in quel che c'è dietro il coraggio, dietro la paura".


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